(venerdì, 25 novembre 2005)
La vera storia del contatore elettrico e altre disavventure
A parte Abissi, che è interessata al funzionamento della corrente elettrica di casa mia perchè se no poi non riesce a ricamare, a tutti gli altri non interesserà molto. Ma sono ancora furibonda, isterica e nervosa, per cui ecco la cronaca vera, la pura realtà, sulla storia del contatore.
E' mattina, presto. Fa tanto freddo. La coinquilina bionda accende lo scaldino perchè sta assiderando. Io faccio partire la lavatrice carica di praticamente tutte le mie mutande, si è già detto che svaniscono nel nulla, no? Sono praticamente ridotta all'osso. Tento di vestirmi, combattendo il freddo con il getto d'aria calda del phon diretto sulle parti interessante dallo svestimento graduale. Non appena la coinquilina mora fa partire il microonde, bum, buio. Con la candela in mano controllo il salvavita che ovviamente sta benissimo. Dico alla coinquilina mora di controllare il contatore in cantina visto che è vestita. Io sono ancora in pigiama e avvoltolata nella coperta, mi metterebbe male scendere due piani sotto conciata così. Ti aspetto, mi dice, andiamo insieme. E' che vorrei vestirmi con della luce, che a tirare su la tapparella fa quasi più buio di prima. La convinco. Scende. Torna su dopo poco perchè ci vuole la chiave per andare in cantina, e no, non lo sapeva che serviva la chiave. Dove sta la chiave? Con le chiavi, mi sembrerebbe ovvio, nella ciotola in cucina. Riparte. Tento di prelevare calzini di un colore decente dal cestone, comincio a vestirmi a lume di candela. Romantico, no? Torna che i contatori vanno tutti in cantina. Che faccio, urlo? Piango? Mi vesto. Lei esce e va al lavoro, la coinquilina bionda esce e va al lavoro. Esco e vado al lavoro anch'io e passando davanti alla porta della cantina provo a combattere la claustrofobia imperante e ad aprire quella maledetta porta. Mi gira la testa solo a vedere la scala a chiocciola, scappo via nonostante il pensiero del freezer e del frigo spenti che coleranno fiumi d'acqua per tutto il giorno. Arrivata in ufficio, mando una mail alle due chiedendo se, perfavore, chi torna a casa per prima potrebbe scendere in cantina con uno dei ragazzi del garage a fianco e sistemare la situazione. Una esce presto ma va dall'oculista e poi a un corso del piffero, l'altra ha da fare, vien da chiedersi, ragazze mie belle, se proprio oggi sia l'unica giornata in cui non siete a casa alle cinque e mezza ad occupare per ore il bagno a turni. Arrivo per prima, come previsto, chiedo aiuto al ragazzo del garage, ma non ho il coraggio di dirgli che so benissimo qual è il problema ma sono terrorizzata dagli spazi angusti, faccio la bambina sciocchina e mi accompagna. Lui sta ancora lì a capire cosa fare davanti a tutti i contatori che la levetta è rialzata, la corrente è tornata, il contatore, oh, gira di nuovo. E prima era fermo, ci credereste mai? A casa un piccolo laghetto si allarga dalla cucina, mi cambio e comincio a passare lo straccio. Sbuffo, impreco. Appena finito, oh, arrivano tutte e due. Sto seriamente pensando all'omicidio, quanti anni sarebbero? La mora riesce, la bionda occupa il bagno. Fa freddo, un freddo polare. Il timer dice che è tutto acceso, la caldaia non dà segni di vita. Devo aprire lo sportello della caldaia? Lo devo fare? Lo sapete cosa troverò, vero? La pressione non c'è, la lancetta sta piegata verso il basso, sembra quasi verticale. Il tasto rosso del blocco è acceso forte forte che sembra quasi un'astronave. Apro la valvolina, sento l'acqua che passa veloce, la caldaia che si accende, la fiammella che sbrilluccica. Ci vorranno altre due ore prima di poter togliere la giacca o la coperta.